Oneteam/ Marzo 17, 2016/ One Team/ 0 comments

Quest’estate l’Oakland Museum of California ha annunciato un nuovo programma di sovvenzioni pubbliche per il settore artistico, erogate tramite un finanziamento in acciaio. A tonnellate.
Il Bay Bridge Steel Program è nato dal desiderio di riciclare e riutilizzare il metallo che un tempo era parte dell’arco orientale del Bay Bridge di San Francisco, costruito originariamente nel 1933 (e sostituito nel 2013). L’acciaio in questione, proveniente dalle campate 504 e 288 (numeri che fanno riferimento alla lunghezza in piedi), è disponibile per progetti di urbanizzazione artistica all’interno dello stato della California.

Il programma rappresenta un’opportunità unica per riutilizzare in maniera adattiva le infrastrutture, riciclando quelli che avrebbero potuto essere rifiuti. Inoltre qualsiasi riutilizzo è intrinsecamente connotativo, perché il processo di progettazione deve tenere conto delle condizioni esistenti.
Ma cosa succede se edifici, ponti ed autostrade sono già stati progettati per essere smontati in futuro? Cosa succede se l’ambiente è stato progettato in modo tale da essere facilmente ed infinitamente rimodellato? Cosa succederebbe se il Bay Bridge potesse essere smantellato pezzo per pezzo senza sprechi? E se esistessero edifici costruiti interamente con materiali riciclati?

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Questa è la realtà con cui ha deciso di confrontarsi l’architetto di fama mondiale Bradley Guy – professore di progettazione sostenibile presso The Catholic University of America Scool of Architecture and Planning, nonché autore del volume ‘Unbuilding: salvaging the Architectural Treasures of Unwanted Houses’ (Unbuilding: il salvataggio dei tesori architettonici degli edifici destinati allo smantellamento) – a partire dalla metà degli anni ’90, quando è stato introdotto in concetto di progettazione per lo smantellamento. Questo tipo di progettazione (o di smontaggio, spesso abbreviato in DFD) è una filosofia bsata su una serie di strategie applicabili alla stragrande maggioranza degli edifici storici e di lunga durata.
“Gli edifici sono dinamici” spiega Guy. “I componenti si usurano, la tecnologia cambia, il gusto estetico evolve”. La maggior parte degli edifici prima o poi esauriscono la loro funzione e, quando lo fanno, ci dovrebbe essere una maniera per recuperare e riutilizzare i componenti.
Il concetto non è completamente nuovo. Nel 1851 gli inglesi costruirono un edificio espositivo di 990.000 metri quadrati chiamato Crystal Palace. L’edificio era già stato progettato per essere smantellato ed era strutturalmente semplice. Le sale erano di facile accesso e, dopo l’esposizione universale, la struttura in ferro e vetro è stata smontata pezzo per pezzo e riassemblata a Penge Peak, a sud di Londra. Oggi la medesima filosofia può essere applicata nella progettazione di abitazioni e strutture militari temporanee.
Ma secondo Guy, la maggior parte degli edifici hanno già una durata limitata. E piuttosto che pensare ad un riutilizzo adattivo che può prendere in carico solo una parte dei materiali derivanti dallo smantellamento, suggerisce un approccio più proattivo: concepire a priori un edificio come completamente smantellabile, rendendo il processo il più efficiente possibile.
Non esiste un approccio one-size-fits-all nell’ambito della progettazione per lo smantellamento ma, secondo Guy, ci sono alcuni parametri ovvi che gli architetti dovrebbero tenere a mente: “Evitare di incollare tutto e non utilizzare materiali tossici. “Inoltre, evitare materiali compositi e collegamenti nascosti. Mantenere le strutture semplici e facilmente separabili. Le dimensioni sono importanti.” dice Guy, raccomandando ai progettisti di utilizzare acciaio e legno nelle dimensioni standard, quando possibile.
Questo tipo di approccio sta prendendo piede. Negli ultimi 10 anni i progettisti in ogni settore, dai prodotti agli edifici, hanno cominciato a considerare il ciclo di vita.

Ma la progettazione per lo smantellamento non può essere misurata nel modo in cui si misura il consumo di energia. “Non sono tante le persone che mettono in dubbio questo tipo di approccio ma restano sospesi punti quali ‘come misurare il processo? Questo è il principale problema di cui mi sto occupando.” dice Guy. Per esempio la contea di King, nello stato di Washington, ha una guida ufficiale per la progettazione dello smantellamento, di cui Guy è coautore ma non si tratta di linee guida obbligatorie. Non esiste ancora un regolamento edilizio comunale ufficiale in questo ambito.

Un’altra sfida sono i costi.
La demolizione è sicuramente più conveniente rispetto alla ristrutturazione, anche quando si considerano le entrate generate dalla vendita dei materiali recuperati. Poi c’è la formazione dedicata. “E’ necessario sapere come affrontare lo smantellamento e con quali materiali si ha a che fare” dice Guy. “Un grande problema è legato alla lunga vita di un edificio ed alla difficoltà di ottenere materiale informativo riguardo alla progettazione ed alla realizzazione iniziale”. I materiali potrebbero non essere più utilizzabili tra 50 anni. Molti degli edifici esistenti sono stati costruiti con materiali considerati ora pericolosi o obsoleti. Cosa vedremo tra 50 anni?
Mancano inoltre ricerche a riguardo, in parte perché gli edifici che si ritiene possano essere smantellati non possono essere studiati fino a quando il proprio ciclo di vita non giunge al termine. Guy è uno dei tecnici che ha approcciato lo smantellamento con una prospettiva accademica, studiando quanto tempo è necessario per smantellare gli edifici più vecchi con le attuali metodologie.

Tra 50 anni, quali e quanti correnti legate alle infrastrutture dovranno essere abbandonate? Verranno riproposte? Se così sarà, non saranno facili da applicare perché l’ambiente costruito continua ad essere pensato come permanente. Ma così non è. Forse un giorno le città saranno costruite con infrastrutture effimere che avranno una prima vita ed una seconda, derivante dalla capacità dell’uomo di ripensarle.

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